Autoedizione

 

CARLO PANZA

La Serra

Opera vincitrice
CARLO PANZA
La serra come luogo di costrizione, di reclusione. Un mondo chiuso, confinato tra barriere trasparenti. La natura veicolata dall’uomo o (ecco la visione) interpretata dalla sua arrogante presunzione. La natura però è forte e determinata, forte nel rigenerarsi tra superfici e interstizi sfuggiti alla sorveglianza dell’uomo, determinata nel riconquistare il suo spazio, il suo essere. L’incontro di due mondi con differenti esigenze genera nuove forme espressive, una natura contaminata produce aberrazioni, ed ecco quindi la serra diventa museo: bassorilievi di uccelli in voli predatori e farfalle in caotiche danze di morte, paesaggi fiamminghi e quadri d’arte contemporanea, installazioni, decomposizioni… e lui, Attila, grottescamente reinterpretato.

Michele Furci


RENATA BUSETTINI

Io Ho Un Nome

RENATA BUSETTINI
Samin, Mohammad, Kasat, Tomas, Mussref, Shaffiq, Safi, Salman, Ali… questi sono i nomi di alcuni tra i tanti uomini e donne che ho incontrato tra l’isola di Kos ed Idomeni. Tutti avevano lasciato alle spalle guerra o miseria. Nei loro occhi, nonostante la stanchezza del lungo viaggio e le difficoltà che dovevano affrontare ogni giorno, si vedeva la speranza di poter ricostruire una vita in Europa. Curdi, Siriani, Afghani, Bengalesi, Iracheni, Nigeriani avevano scelto tutti la rotta balcanica, il percorso che nel 2016 sembrava il più sicuro. Avevano raccolto i soldi che erano riusciti a racimolare e via, con poco altro, solo quello che poteva stare in un piccolo zaino, ma con la speranza di una rinascita in Europa.

Renata Busettini

 

GRETA CITTI

Non è Mai Domenica

GRETA CITTI
E’ il racconto di un mondo sospeso, indietro di almeno quarant’anni il cui tempo è scandito da istanti sempre uguali a quelli del giorno precedente e a quelli del giorno successivo. L’istituto penitenziario maschile di Porto Azzurro, l’unico carcere dell’Isola d’Elba, è suddiviso in tre sezioni ed ospita 233 detenuti con una pena minima di sette anni, per la maggior parte ergastolani. Dopo i primi giorni necessari per conoscere il luogo e le persone che lo abitano il progetto è progredito verso una strada precisa. L’attività nella prigionia è preparata e rallentata abbastanza da permettere di fermarsi, scegliere cosa fotografare, come e quando. Ogni istante è sempre uguale a quello del giorno precedente e a quello del giorno successivo, i volti si ripetono lungo il solito corridoio, il pranzo e la cena sempre alla solita ora, l’ora d’aria, l’ora per la palestra, l’ora per la biblioteca, ogni giorno si ripete il tutto. Attraverso effetti personali, un muro tappezzato di immagini, emergono i valori e i ricordi che formano le identità di queste persone.

Greta Citti

 

EMANUELE DI CESARE

Wild Facts – Istanbul

EMANUELE DI CESARE
Se trascorrerete tre giorni o una settimana a Istanbul, riuscirete ad immergere i vostri sensi in un altro mondo. Il profumo del pane appena sfornato vi farà sentire a casa, quello delle spezie vi catapulterà in oriente, quello del pesce appena pescato e cotto alla brace vi conquisterà. La vostra vista si perderà in magnifici panorami, tramonti sul mare, neve che fiocca nei vicoli stretti dei quartieri storici, tra i mille colori di stoffe o tappeti dei mercati. Le giornate saranno scandite dai Muezzin che dai minareti delle moschee richiamano i fedeli, i canti riecheggiano da moschea a moschea creando un sottofondo magico in tutta la città.

Emanuele Di Cesare

 

VITTORIO FAGGIANI

Fatmir

VITTORIO FAGGIANI
In cossovaro Fatmir significa “buona fortuna”. E nella sua vita la fortuna, o come lui crede la mano di Dio, non si è mai voltata. Come quella sera a Lubiceva quando dal kalashnikov di un amico partì una raffica impazzita. Tre proiettili lo passarono da parte a parte, a pochi millimetri dal cuore. Mentre il sangue lo abbandonava, bagnando attorno la terra, un uomo accorse in aiuto, avendo frainteso che la figlia Fatmire era in pericolo di vita. Lo portò in ospedale e i medici lo salvarono. Poi seguirono cure specializzate in Italia, dove iniziò la sua seconda esistenza. Ora Fatmir vive a Viterbo e ha la stima di tanta gente e amici che gli vogliono bene. Ad agosto torna in Cossovo, dove c’è il suo regno, con la madre e le sorelle che vivono per lui. Molti hanno due braccia e due gambe ma non la sua vita piena. Ha un buon lavoro ed è campione di hanbike. Passa gran parte del tempo libero ad allenarsi. E ha tanta grinta ed energia che a stargli vicino hai l’impressione di riceverne una parte.

Vittorio Faggiani

 

ENRICO GENOVESI

OFF …oltre le luci

ENRICO GENOVESI
…sono le improvvise e potenti sospensioni semantiche che punteggiano il lavoro di Enrico Genovesi che mi ha convinto a effettuare una riflessione su OFF …oltre le luci. Si tratta di istanti non decisivi, di vuoti che emergono dal nulla, di aperture verso l’abisso del non senso, di derive della realtà, di apparizioni quasi fantasmatiche. Enrico Genovesi coglie la sospensione dell’azione e la trasforma grazie a uno stile sicuro, in cui gli aspetti cromatici e i chiaroscuri sono perfettamente equilibrati, in spazio in cui il circo, da luogo della spettacolarizzazione pirotecnica fine a se stessa, diviene precipizio soggettivo nell’angoscia della mancanza. …una mancanza che si manifesta improvvisa e assoluta nella solitudine (privata e nascosta) di individui che fanno dell’esibizione esteriore la loro vita pubblica ma che, come tutti, possiedono un territorio tutto interiore quasi sempre inaccessibile e spesso non mostrato. In sostanza, Genovesi riesce a edificare un impianto di tipo poetico aggirando la superficie del contesto circense per rivelare, in senso estetico (e non estetizzante), una dimensione di abbandono e di separazione dalla realtà che non riguarda solo gli artisti del circo nelle loro pause ma che in verità viviamo tutti noi. Nessuno escluso.

Maurizio G. De Bonis per “Huffington Post” e “Punto di Svista” – estratto

 

FRANCESCA ROMANA SEMERANO

Tessuti Toniù

FRANCESCA ROMANA SEMERANO
Nel libro Tessuti Toniù, foto d’epoca e vecchi ritagli di giornale, still life e foto macro disegnano la figura di mia madre Toniù, che ha attraversato con la sua vita quasi tutto il secolo scorso e parte dell’attuale. Tra il microcosmo delle foto della pelle e il macrocosmo della donna madre e lavoratrice nel settore del tessile, il tessuto pelle, il tessuto stoffa e il tessuto memoria si sovrappongono, e ci restituiscono l’immagine di una donna, con un occhio agli stereotipi sul femminile propri di quegli anni. Ho voluto parlare in queste pagine di Toniù, ma anche delle tante toniù nell’Italia del dopoguerra e del primo avviso di boom economico in una storia al confine tra ricordo individuale e memoria collettiva.

Francesca Romana Semerano

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