VI Biennale Giovani Fotografi Italiani: sezione autori

PANAJOT BEGAJ
Quello che non ho

Panajot-Begaj

A Napoli in piazza Miraglia, un edificio di proprietà della chiesa è stato occupato abusivamente da alcune famiglie rimaste senza casa e lavoro. Ora uomini, donne e bambini che fino a poco tempo fa non si conoscevano, sono costrette a vivere insieme, con la consapevolezza di poter essere sfrattate nuovamente da un momento all’altro.

 

 


BOJIAN LIN
Strong, don’t lost tender
BoJianLin

Il progetto si suddivide in 3 lavori: “Io, Lui, Lei”, “Questa nostra generazione” e “Io e il coniglia”.
Il primo lavoro Io, Lui, Lei rappresenta una ricerca introspettiva volta a descrivere il rapporto conflittuale tra l’autore e il proprio professore, considerato da lui come il suo Maestro. In queste immagini surreali compaiono sia l’autore, sia il professore e, oltre a vari personaggi mascherati (membri dello studio di fotografia del professore), anche la ragazza che li ha fatti conoscere.
L’idea alla base del secondo lavoro, Questa nostra generazione, è una critica ai giovani di oggi che sono dei sognatori senza vere capacità, ma che cercano sempre delle scorciatoie e non riconoscono la loro mancanza di abilità. Alla fine alcuni di loro scelgono di diventare truffatori o persone malvagie. L’autore ha cercato di rappresentare il problema fotografando sette giovani che sono scappati dalla società e che, non sapendo come sopravvivere senza un reddito, hanno deciso di recitare la parte degli dei per ingannare la gente.
Io e il coniglia è la continuazione del lavoro precedente. Il luogo dove sono state realizzate le foto è una vecchia e diroccata palestra. L’angelo della foto rappresenta l’autore nel sogno. La società è come l’ambiente in decadenza e lui è l’angelo con le ali spezzate che non può volare fuori dalla gabbia. La società è come l’ambiente pieno d’erba nella palestra diroccata: c’è molta confusione e ciò significa che dobbiamo lottare per sopravvivere e trovare il nostro posto nella società.


ALICE MAMONE
Incognita

Alice Mamone

Il mercato sociale gioca con l’integrità morale, riflettendo solo parzialmente l’assoluto dell’individuo attraverso specchi angolati dal giudizio, disorientando così la società contemporanea.
La diseguaglianza sociale frammenta lo spirito in valori illusori suggeriti dagli economisti che mettono a giudizio la nostra totalità attraverso i nostri averi.
Il progetto sensibilizza all’incertezza e alla distanza tra emozione e mercato del vuoto, che assieme costituiscono un’incognita per il presente.
Fotografie che mostrano la fragilità umana, una collettività di giovani rappresentano un periodo storico così complesso dettato dall’incertezza di non avere garanzie per il futuro.
Il progetto mostra un dolore, una confusione che non si ha il coraggio di ammettere,
una pena silente, la paura del domani.


ALESSANDRO REA
L’albero delle mele

Alessandro Rea

Questo lavoro nasce dall’incontro con Mauro Giardini, Presidente della cooperativa sociale C.E.A.S. – Centro Educativo di Accoglienza e Solidarietà e dalla volontà comune di raccontare la storia di una famiglia anticonvenzionale, nonostante l’“ordinarietà” delle dinamiche interne tra i membri che la compongono.
Un nucleo familiare atipico sotto diversi aspetti; ad intrecciarne le vite, le emozioni, le gioie ed i dolori, non sono legami di sangue, ma il fardello di un passato di violenza, abbandono e sofferenza.
All’interno di un luogo di protezione e tutela, quale il centro di accoglienza, si dipanano i destini di bambini e di ragazzi adolescenti alle prese con alcune delle tappe più complesse del loro percorso di formazione: l’elaborazione delle trasformazioni biologiche che determinano i connotati della loro nuova corporeità, il processo di progressiva emancipazione sentimentale ed emotiva delle figure genitoriali, le vicissitudini legate alla socializzazione necessaria a determinare un senso di appartenenza ad un gruppo di pari.
In questo scenario così tumultuoso e cruciale, il monolito del loro passato esercita un’influenza silenziosa, proietta la sua ombra su un futuro che vorrebbe questi ragazzi, una volta compiuto il diciottesimo anno di età, adulti all’improvviso, economicamente ed emotivamente già strutturati per affrontare le difficoltà del “badare a sé stessi”.


ILARIA SAGARIA
Il dolore non è un privilegio

ILARIA SAGARIA

Il dolore non è un privilegio racconta il dramma psicologico che devono affrontare le donne colpite dall’acido. Questo tipo di aggressione viene chiamata “Vitriolage” perché nella stragrande maggioranza dei casi l’acido utilizzato per colpire queste donne è il vetriolo. La violenza tramite acido è un fenomeno globale che non è legato alla razza, alla religione, al credo e tantomeno alla posizione sociale e geografica. Nonostante siano stati registrati alcuni casi di aggressione anche ai danni di uomini, quella tramite acido rimane una forma di violenza con un impatto maggiore sulle donne e riflette e perpetua la loro discriminazione sessuale all’interno della società.
Queste donne subiscono una tortura che è terribile anche soltanto immaginare: vengono colpite con getti d’acido corrosivo sulla pelle del viso, vengono accecate, rese sorde, annientate. Colpevoli sono i mariti, i padri, i fratelli, talvolta persino altre donne, corrotte e/o assimilate alla crudeltà dei loro maschi.
Questo accade alle ragazze o donne che osano rifiutare di fidanzarsi o sposarsi, o magari perché la loro dote non è considerata sufficiente dalla famiglia del marito, perché hanno interrotto una relazione, o anche soltanto per invidia o cattiveria.
Il volto sfregiato è solo una parte visibile del calvario che queste donne devono affrontare: oltre alla brutalità dell’evidenza causata da un gesto inumano, del dolore insopportabile, delle operazioni chirurgiche, dei segni e delle cicatrici, c’è il trauma psicologico da affrontare, l’incapacità di riconoscersi, la depressione, l’isolamento.
Che cosa diventa una persona quando perde la sua reale identità, cosa rimane di lei, se rimane solo il vuoto del suo volto negato?


HUI WANG
2018-2028 – Siamo massa

Le persone sono gli elementi di base che costituiscono la società. Questo principio è anche la linea fondamentale del mio processo creativo. La società in cui viviamo trasmette molte emozioni quali tristezza, gioia, impotenza, lutto, rabbia che ho ricercato girando tra la massa e in particolare nelle persone incontrate nella vecchia area spagnola di Napoli, dove vivo. Persone semplici, non ricchi o funzionari, ma gente comune: artisti di strada, barbieri, indiani gestori di supermercati, meccanici, immigrati clandestini ecc. Di tutte queste persone che ho avuto modo di ritrarre, ho raccolto otto stati d’animo, e quindi ho scattato otto fotografie poi intrecciate e sovrapposte con innumerevoli obiettivi in modo da dar vita ad un ritratto collettivo.
Durante il processo di creazione di “Siamo massa” è nata l’idea di “Dopo dieci anni”, un progetto che ha l’intento di registrare l’impatto del ritornare dopo dieci anni e guardare sé stessi e le proprie emozioni, per sentire il passare del tempo e i cambiamenti. Forse alcune persone non ci saranno più. Spero in questo modo di raccogliere i sentimenti delle persone e di trasformare queste miniature della vita in una capsula temporale della memoria, per salvare le loro emozioni e i loro cambiamenti, che sono unici.
Se non c’è massa, non c’è niente.