VII Biennale Giovani Fotografi Italiani: Autori 2021

 

Riccardo Androni

Assenza, più acuta presenza

Riccardo Androni

Non riesco a comprendere la mia vita, non riesco a mettere insieme i pezzi. Sono un pellegrino su questa terra, uno straniero. Ho dimenticato chi sono. Vedo solo frammenti, pezzi di un uomo. Il mio cuore grida, domanda.

Mio padre è morto.

Infarto.

È cambiato il mio modo di interrogare e guardare la realtà. Ho intrapreso un viaggio (interiore) che mi ha permesso di affrontare il lutto senza censurare il dolore. Momenti di totale smarrimento e buio, caratterizzati dalla sospensione e l’incertezza, si sono alternati a piccoli istanti di tenerezza, segno della sua presenza. Ho tracciato, percorso il sentiero; sono tornato alla vita pieno di serenità e certezza. Durante il tragitto la percezione si è rivelata fondamentale. Mi ha permesso di ricordare, far memoria di quello che è accaduto e infine di rappresentare l’invisibile solamente attraverso il visibile.

Assenza, più acuta presenza racconta questa storia.

 


Giorgia Bisanti

Meno umani

Giorgia Bisanti

Da più di un anno le nostre libertà personali sono state limitate in maniera drastica. Il nostro corpo è diventato veicolo di trasmissione di un pericolo, le nostre menti sono state costrette a viaggiare nei ricordi per rivivere attimi di normalità.
Il progetto Meno Umani nasce come indagine sui cambiamenti psicologici e sociali che la pandemia ha apportato nelle nostre vite. Da un momento all’altro le nostre relazioni sono state sconvolte, messe in rischio, sospese in un’attesa che sembrava essere infinita. Hanno mutato forma adattandosi ad una realtà ovattata e lenta, non più frenetica e vivida nella sua forma.
Un lavoro dal carattere nostalgico, amaro, pungente, in cui l’essere umano è sempre il soggetto preferenziale del racconto e la cui rappresentazione viene di volta in volta distorta, manipolata o, addirittura, annullata.
Queste immagini esprimono una forte appartenenza al concetto di familiarità e diventano il mezzo per raccontare una storia tanto personale quanto collettiva.

 


Noemi Comi

Alba lux

Noemi Comi

Alba lux è un progetto artistico che combina documentazione e fotografia concettuale. Le fotografie diventano vere immagini simboliche, riproducendo atmosfere idilliache e realtà ineffabili.
È un viaggio multidisciplinare tra spiritualità e scienza, che inizia nella realtà terrena e poi decolla in quella ultraterrena.
Il tema centrale del progetto sono le esperienze di pre-morte (Near Death Experiences). Le NDE sono delle profonde esperienze personali associate alla morte o alla morte imminente che i ricercatori affermano condividere caratteristiche simili. In effetti, sebbene siano state documentate persone con credenze religiose, politiche e sociali molto diverse, le loro esperienze hanno molti elementi in comune: la presenza di una luce forte, un senso di felicità e cambiamenti nella personalità. In Italia vi è una situazione piuttosto controversa: da una parte la scienza riduce le NDE a dei semplici fenomeni allucinatori, dall’altra la Chiesa tende a nasconderle con la convinzione che potrebbero celarsi manifestazioni di enti negativi. Le storie documentate sono descritte da tre diverse fotografie: le prime due sono costituite da dittici volti a rappresentare il soggetto e i suoi cambiamenti, la terza è un’interpretazione concettuale dell’esperienza vissuta. Tutte le storie sono connotate da una specifica palette cromatica e mettono in luce aspetti differenti della personalità dei protagonisti.
Ogni soggetto è stato mutato in modo differente dall’esperienza, alcuni di essi l’hanno vissuta positivamente ed hanno riscoperto un amore smisurato verso la vita e le piccole cose; altri sono rimasti terrorizzati e vivono una forte depressione. Nonostante la varietà delle storie, esse sono delineate dalla presenza di un importante elemento comune: una forte luce.
All’interno delle immagini sono stati inseriti alcuni dei testi scritti dai protagonisti delle storie, in riferimento all’immagine stessa o all’esperienza da essi vissuta.

 


Dafne y Selene (Roberta e Alessandra Ruggiero)

Volevo dirti che

Dafne y Selene (Roberta e Alessandra Ruggiero)

Volevo dirti che è un progetto fotografico che nasce da un’intima necessità legata all’essere in quanto tale, come espressione di vita di un’esistenza che in ogni caso, irrimediabilmente, smetterà di essere. Presenza ed assenza perdono quella separazione netta, ogni cosa sembra essere al tempo stesso dolcemente fragile e nostalgicamente triste. Volevo dirti che è un lavoro intimo carico di metafore visive per rappresentare idee, concetti, pensieri. Il discorso che si vuol portare avanti riguarda la vita e le sue declinazioni linguistiche, un discorso che vuole indagare attraverso annotazioni visive e mentali, quella sfera interiore che appartiene al singolo ed a tutti, all’individuo in quanto essere umano. Attraverso una sintesi viene descritto un percorso con fragili dettagli, pelle, come parte di un corpo che costituisce geometrie disorientanti, organi interni in decomposizione, nature morte, un mare lattiginoso; ne emerge un microcosmo ricco di sensazioni, sinestesie dell’effimero, un senso di disfacimento e perdita. I lavori diventano parte di un viaggio, di un percorso, quello della vita, attraverso annotazioni del corpo, della pelle, attraverso la fragilità esposta “nuda” all’osservatore.

 


Chiara Kija (Chiara Giandomenico)

Costellazioni

Chiara Kija (Chiara Giandomenico)

La società odierna dà al corpo il significato di “bella immagine”, involucro che deve essere necessariamente bello e sessualmente appetibile, prima ancora di essere un corpo presente, che sente e si esprime con l’altro. L’immagine del corpo si somma alle innumerevoli immagini di luoghi; immersi in un mondo virtuale, le persone sono ferme a condividere fotografie di esperienze non vissute realmente, amplificando il proprio ego e urlando agli altri il bisogno di attenzione, allontanandosi sempre più dalla propria identità e dal proprio sé.
Abituati e sommersi da immagini esplicite, non si ha più la padronanza nel guardare un’immagine, coglierne gli aspetti più profondi e significativi. Viviamo un’epoca che sempre più induce a guardare fuori, anziché dentro di noi. Per tali motivi, ho voluto interpretare il viaggio, non come possibili luoghi da visitare, ma come esperienza profonda, all’interno del corpo. I soggetti fotografati, hanno realizzato, attraverso l’ascolto e la scoperta del proprio corpo, i tragitti da percorrere, che si traducono nelle pose da loro scelte. Proprio perché ci stiamo disabituando ad immaginare, osservare e sentire la natura, il cielo e l’altro da noi, ho deciso di “mostrare” ben poco di questi corpi. Quando guardiamo il cielo stellato, grazie alla conoscenza e l’immaginazione che questa ci offre, riusciamo a creare percorsi, linee, che insieme alle stelle divengono vere e proprie immagini.
Le fotografie del progetto presentato vogliono evocare le costellazioni. Frammenti di corpo illuminano il fondo scuro, come fossero stelle, suggerendo il tragitto del corpo, che può essere percorso attraverso il viaggio della mente. Nella sua totalità l’installazione indica il firmamento, che nella complessa semplicità, stimola l’osservazione e il viaggio nella mente di chi osserva.

 


MC2.8 (Maria Chiara Maffi e Chiara Giancamilli)

Opera nostra

MC2.8 (Maria Chiara Maffi e Chiara Giancamilli)

“Ho visitato tantissimi luoghi per fare campionamenti insieme a scienziati e ricercatori, e abbiamo trovato sacchetti ovunque: nei ghiacci polari e nel mare Artico, nel fiume Po e nel Mediterraneo. Ne abbiamo visti perfino sulle vette delle montagne.”
(Franco Borgogno – autore de “Un Mare di plastica”)

Per cambiare qualcosa, basta “fare” qualcosa. Chiunque può contribuire ad un cambiamento, con i propri mezzi. Noi abbiamo realizzato un progetto fotografico.
Tutto il mondo getta le sue reti, ricevendo in cambio plastica. La stessa rete dà vita ad un piccolo pesce rosso, chiamato a rappresentare l’intera comunità marina, al cui interno sono riconoscibili frammenti di plastica. In Asia, Africa, America ed Europa i fiumi che riversano maggior inquinamento in mare sono: lo “Yangtze” in Cina che trasporta fino a 1,5 milioni di tonnellate di plastica in mare ogni anno, il “Nilo” che sfocia nel Mar Mediterraneo, il “Rio delle Amazzoni” in Brasile ed il “Danubio” in Romania che trasporta da 530 a 1500 tonnellate. Localizzati tramite il server di Google Earth, abbiamo impresso il corso di questi fiumi in fotografie che a loro volta sono state stampate a getto d’inchiostro su fogli di plastica trasparenti. Rifotografati a contatto con la texture di un muro bianco che con la sua matericità, ci riporta allo stallo dell’inquinamento sul mare. Un io soggetto che si ritrova carnefice e vittima dei suoi stessi rifiuti quotidiani (basti sapere che attraverso cibo e acqua, gli esseri umani introducono nell’organismo 50 mila particelle di plastica all’anno) affiancato ad una delle realtà industriali che si occupano di riciclaggio di materiali plastici nel territorio italiano: Italrec srl.
Qui, grandi muri di polietilene hd, materiale industriale e polipropilene hanno nuova vita con il riciclo.

 


Stefano Scagliarini

Tragitti di dati perduti

Stefano Scagliarini

Nel nostro mondo digitale, può capitare di andare incontro alla perdita di dati, fotografie, documenti.
A volte le immagini che conserviamo vengono erroneamente cancellate o si deteriorano nei complessi mondi binari degli hard disk. L’obsolescenza programmata e la fragilità dei dati si scontra così con le nostre memorie. Capita però che qualcosa si salvi. Compromesso, ma non concluso. Trasformato.
Inediti tragitti di dati perduti per foto che perdono il loro originario contenuto per lasciare spazio ad altre interpretazioni.
Questa serie fotografica nasce proprio da un errore.
Un’inaspettata perdita di dati che ha modificato la storia visuale di intere sequenze di immagini. Partendo dal momento della cancellazione, passando attraverso diversi tentativi di recupero, si è arrivati alla creazione di un nuovo racconto fatto di frammenti originari e insolite stratificazioni.
Con il desiderio di rivalutare le fotografie danneggiate e non abbandonarle, si è deciso di valorizzare l’errore che le ha portate alla luce. I dati diventano colori, composizioni, glitch che ri-animano le fotografie creando nuovi percorsi tra corpo e mente. Le sovrapposizioni sembrano creare pensieri e i corpi si trasformano in cromatiche visioni.
All’allestimento si aggiunge una particolare cornice, progettata con la tecnologia di Arduino, che risponde agli stimoli sonori producendo a sua volta impulsi cromatici emanati da led.
Riesce così a comunicare con il visitatore trasmettendo colori che vanno ad aggiungere ulteriori informazioni a quelle perdute e che ampliano il significato dell’immagine a livello sinestesico.
La cornice non si anima solo con i suoni che la circondano, ma tiene traccia di quelli che ha recepito costruendo un nuovo archivio sensoriale.
Il connubio tra foto, cornice, colori entra in rapporto dinamico con lo spazio. Foto perdute e cornici digitali si fondono per ritrovare dati smarriti ed espandere ciò che è rimasto.

 


Claudia Sicuranza e Marco Mazzone

Camera doppia

Claudia Sicuranza e Marco Mazzone

Questo progetto fotografico è nato in una piccola stanza d’albergo dell’Emilia Romagna ed è proseguito durante quei viaggi, alcuni ludici, altri lavorativi, che abbiamo fatto insieme nell’arco di un anno. I luoghi vissuti in quelle occasioni, le stanze in affitto, le camere d’hotel e gli appartamenti prestati, erano spazi che sopprimevano le regole del quotidiano, parentesi dell’esistenza che sospendevano la realtà, dei veri e propri microcosmi poetici. È proprio attraverso lo scatto che quei luoghi nuovi, sconosciuti e non nostri, dove all’inizio i corpi si sentivano spaesati e scomodi, sono diventati silenziosi e fidati complici dei nostri giochi d’amore.
Attraverso la macchina fotografica quegli spazi temporanei e sconosciuti si trasformavano in luoghi familiari, accoglienti e sicuri, compagni della nostra intimità.
L’atto di scattarci foto l’un l’altra, di immortalare quei momenti, quelle posizioni dei corpi erano gesti d’amore, nati dalla voglia di scoprirci, di andare a scavare dentro le nostre vulnerabilità, i nostri segreti, le nostre paure. Un atto d’amore prevede sempre un doppio: due persone, due corpi, due modi di vedersi. E la sua sincera rappresentazione necessità quindi non di una, ma di due macchine fotografiche: non una singola camera, ma una camera doppia.